mercoledì 26 ottobre 2016

GIORGIO PINI
 L’ESEGETA DELLA CIVILTA’ SOCIALE 
di Bruno De Padova

Emerge in continuità dall’operosa regione d’Emilia-Romagna, da quell’ ubertoso territorio che diede all’Italia uomini eccezionali quali Benito Mussolini, Guglielmo Marconi, Goffredo Coppola, Giuseppe Verdi e Ottorino Respighi, Italo Balbo, Ettore Muti e parecchi altri cittadini illustri provenienti dall’intera area geografica inclusa tra Piacenza, Ferrara e Rimini, il significativo insegnamento di coerenza morale e politica dello scrittore e giornalista Giorgio Pini, che ebbe i natali l’1 febbraio 1899 nel capoluogo felsineo, ove s’innalzano sopra i quartieri di Bologna le famose torri degli Asinelli e della Garisenda. Egli apportò, a chi seppe considerarlo, una lezione di stile e di rispetto dei maggiori valori spirituali, indispensabili oggigiorno per rinnovare la condanna di quel malcostume imperversante soprattutto nell’ambito della partitocrazia e in cui gli opportunisti – specie quelli deprecati già nel 1908 dal faentino Alfredo Oriani nell’opera ‘La rivolta ideale’ – continuano a rinnegare le conquiste della civiltà e la disciplina etica per il progresso sociale (quella osservata significativamente da Socrate a Giuseppe Mazzini ed anche dal romagnolo Nicola Bombacci), che rappresentano invece la forza motrice di quell’aristocrazia nuova caratterizzata dal vigore del carattere e dalla continuità morale. 

Laureatosi in giurisprudenza, Giorgio Pini – dopo la sua partecipazione quale volontario alla ‘Grande Guerra’ conclusasi con la redenzione di Trento, Trieste, Fiume e la Dalmazia – aderì nel 1920 al movimento fascista; ma, la sua maturazione iniziale avvenne il 15.11.1914, allorché poté leggere nel primo numero del nascente quotidiano Il Popolo d’Italia l’articolo basilare di fondo e intitolato ‘Audacia!’, scritto impegnativo di Benito Mussolini che fu per migliaia di giovani italiani e per lui la vera iniziazione alla politica e il pieno incontro spirituale col suo autore. 

Fu mediante la documentazione fornita col libro ‘Filo diretto con Palazzo Venezia’ (ediz. 1967), che G. Pini perfezionò il commento e l’ambientazione politica di B. Mussolini e poi del Fascismo nel grande panorama degli avvenimenti fra il 1914 e il 1943, cioè nel quadro storico della vita italiana e internazionale durante quei decenni di rivolgimenti interni e di guerre mondiali, in quanto essi promuovono l’equa considerazione e la successiva maturazione ad una interpretazione equilibrata della Repubblica Sociale, della sua programmazione evolutiva (d’autentica portata rivoluzionaria) nell’ordinamento dell’economia produttiva e dell’apoteosi del lavoro per la liberazione dei popoli verso il progresso civile, redenti dalla soggezione alle oligarchie plutocratiche e dalle falsità avvolgenti della dialettica marxiana. 
Restiamo però, a Bologna, in quell’anno – 1920 – in cui Leandro Arpinati fondò il settimanale politico L’Assalto diretto poi da Baroncini e quindi da G. Pini, che per quest’ultimo significò 1’inizio d’una brillante carriera giornalistica, mentre gli consentì di contribuire con efficacia all’azione propulsiva del movimento fascista nell’incontro con le genti d’ogni categoria per affrancarle dal caos del primo dopoguerra e dal tormento di quelle ‘settimane rosse’ che sconvolsero le zone ferrarese, romagnola e marchigiana. 

Poi, con l’ampliarsi di questo fulcro d’azione politica, Pini – alla fine del 1921 – osservò che soltanto il fascino personale di B. Mussolini ("con potenza certo non più posseduta da un uomo dopo Napoleone e Garibaldi") riuscì a coordinare in una disciplina unitaria gli elementi eterogenei che erano affluiti nei fasci di combattimento dai più disparati settori politici e così si realizzò la ‘marcia su Roma’ e la successiva conquista di Palazzo Chigi. 

E’ doveroso nel contempo specificare che il problema della stampa, della sua libertà e della sua funzione di critica costruttiva fu per G. Pini di costante impegno, cioè di stile e, nonostante l’incedere di assolutismo esclusivista del 1925, il direttore de L’Assalto rimase sempre intransigente nella salvaguardia dell’autonomia del periodico della federazione del P.N.F. di Bologna. Tale fermezza fruttò a G. Pini la nomina a direttore del quotidiano felsineo Il Resto del Carlino, riuscendo ad animarlo – come gli chiese Mussolini – quanto il Corriere padano, cioè i1 battagliero foglio ferrarese di Italo Balbo condotto da Nello Quirici. 

In questo G. Pini riuscì con capacità professionale; per cui, nel 1930 Augusto Turati e Arnaldo Mussolini ne promossero la designazione alla guida del Giornale di Genova. Nel capoluogo ligure perfezionò con analogo impulso le edizioni del pomeridiano Corriere mercantile, non mancando di segnalare già allora l’importanza determinante che la ‘camionale Genova-Serraval1e’ aveva assunto per il potenziamento dei collegamenti tra la Valle Padana e il massimo scalo marittimo d’Italia, nonché con le linee di navigazione verso l’Africa e le Americhe. 

Dopo di che, G. Pini venne incaricato a risollevare le sorti del giornale Il Gazzettino, compromesse a Venezia dalle liti fra gli eredi e successori de1 fondatore Talamini. 

Ovunque, da Bologna a Genova e Venezia, lo ‘stile’ giornalistico di G. Pini, la sua capacità di perfezionare la collaborazione con i redattori, i corrispondenti esterni, gli inviati e le agenzie d’informazione (specie la Stefani) e il costante dialogo con il pubblico dei lettori vitalizzarono l’efficienza della sua stampa, specie con l’opinione popolare. Ciò lo compresero bene a Roma ed a Palazzo Venezia. 

Infatti, la missione giornalista d’informazione formatrice di G. Pini venne agevolata dal complesso di realizzazioni politiche e d’impegno sociale sincronizzate dal programma di Sansepolcro (23.3.1919) al caposaldo della Carta del Lavoro (21.4.1927), al contratto collettivo per qualsiasi categoria produttrice, dalla riforma gentiliana della scuola (1923) sino a quella di Bottai (1939) che concretizzarono la Carta della Scuola, dal Concordato con la Chiesa (1929) al risanamento nazionale dell’agricoltura (dalla ‘battaglia del grano’ alla bonifica integrale delle paludi pontine – con l’edificazione di Littoria/Latina – a quella della Maremma e della Valdichiana), dal riordinamento giudiziario all’incremento responsabile della Cultura, e quando – nel dicembre 1936 – sostituì Sandro Giuliani nel ruolo di caporedattore a Il Popolo d’Italia, la tiratura, che stazionava sulle 150.000 copie giornaliere, riprese ad aumentare. 

Nell’assumere l’incarico di caporedattore (la direzione de Il Popolo d’Italia dal 1931 al 26.7.1943 fu sempre di Vito Mussolini), G. Pini il 22.12.1936 ricevette dal suo fondatore il preciso compito di rinnovarlo e lo fece bene, con rapidità, col programma di globale ricomposizione, sostituendo le attrezzature anche tipografiche, l’impaginazione ecc. senza esitazioni. Con una terza pagina più varia, con l’inserimento di rubriche d’evasione (molto sport, racconti e persino la moda), la tiratura del quotidiano salì a 170.000 copie nel marzo 1937, a 263.000 in giugno e dopo, durante la Guerra di Spagna, la richiesta crebbe a 360.000 copie. 

E’ bene rammentare che tra i redattori, i corrispondenti, gli articolisti si distinsero M. Appelius, L. Barzini, E. Daquanno, U. Manunta, N. Nutrizio, C. Costamagna, N. Giani, G. Pallotta, S. Panunzio, A. Soffici, U. Spirito, G. B. Vicari e molti altri. 

Il quotidiano indicato ottenne con G. Pini la tiratura eccezionale di 434.000 copie il 28.10.1938, di 435.000 il 10.6.1940 e di 348.000 nel febbraio 1943. Egli ebbe tra il 1936 e il 1943 più di trecento incontri telefonici con Mussolini, otto udienze ed innumerevoli altri durante le manifestazioni pubbliche. Dopo il 26.7.1943 – in seguito al complotto di Grandi, dei Savoia e di Badoglio – tale quotidiano cessò le pubblicazioni e, dopo l’8 settembre, Mussolini – anche con l’istituzione della Repubblica Sociale – non volle farlo rinascere. 

Quell’Italia che, per l’infamia del tradimento sabaudo, annoverò – insieme a Mussolini – una schiera di uomini che, aderendo alla Repubblica Sociale, promosse una straordinaria complessità d’intendimenti per la rinascita della Nazione per cui C. A. Biggini attivò il progetto di Costituzione della R.S.I., ebbe in Giorgio Pini uno tra i più validi sostenitori: non soltanto quale nuovo direttore del quotidiano bolognese Il Resto del Carlino (incarico che assolse con inconsueto equilibrio d’informazione nonostante l’inasprimento della guerra civile), ma anche – quale Sottosegretario agli Interni a fianco del Ministro Zerbino in riva al Garda – per sollecitare sempre, in qualsiasi struttura del Fascismo repubblicano, una maggiore forma di democrazia, precisamente, quella di una libertà capace di soddisfare l’esigenza collettiva d’intendimenti, pertanto di convocare le assemblee del P.F.R. non solo quando piace ai gerarchi, ma quando lo vogliono i fascisti della base. 

Ciò conferma che tale sua richiesta venne recepita da Mussolini (G. Pini, ‘Itinerario tragico’ – ediz. 1950 – pag. 75), tanto che, alla vigilia dell’epilogo della R.S.I. e del Secondo Conflitto Mondiale, precisò a quanti l’avevano seguito: "Dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il mondo – me scomparso – avrà bisogno ancora dell’Idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la più mediterranea delle idee. La storia mi darà ragione". 

Inoltre, insieme a Duilio Susmel, G. Pini nel 1955 approntò quell’esatto studio enciclopedico intitolato ‘Mussolini, l’Uomo e l’opera’ che nel volume IV, quello intitolato ‘Dall’Impero alla Repubblica’, a pag. 367, specifica che "la rivoluzione sociale del fascismo, iniziata fin dal sorgere del movimento, ha dovuto per alcuni anni seguire un moto lento e non rettilineo a causa degli ostacoli che le classi capitalistiche, protette dalla monarchia, hanno opposto", ma che – dopo il congresso del P.F.R. a Verona nel novembre 1943 – con il decreto legge sulla socializzazione delle imprese (12.2.1944) il lavoro attivamente operante assurse a soggetto fondamentale dell’economia con funzioni di responsabilità e di direzione. 

Poi, al termine del capitolo VIII del quarto volume dell’opera citata col titolo ‘Ritorno al socialismo’ (pag. 466), Pini e Susmel indicano come Mussolini – quando la sconfitta militare nel 1945 gli apparve ormai ineluttabile – presagì quanto il destino d’Italia era segnato, ma non quello delle idee: "tutto sarà fatto nel nome della democrazia, della giustizia e della libertà, un paravento dietro il quale si nascondono gli interessi del più sudicio capitalismo, venga questo da Londra, da New York o da Mosca. Il popolo italiano vivrà un periodo amarissimo, che vedrà scardinati tutti i principi dell’onestà e della morale". 

Pini e Susmel ricordano (volume IV dell’opera citata, pag. 453) che Mussolini, nel discorso del Lirico il 16 dicembre 1944 a Milano, precisò come l’art. 3 del manifesto di Verona ed elaborato dal P.F.R. ammetteva nella Repubblica Sociale la presenza di altri gruppi politici con diritto di controllo e di responsabilità critica (ricordiamo quello di Emondo Cione, ad esempio) partendo però, dall’accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio Italia, Repubblica, Socializzazione, indiscusso vessillo di un nuovo ordinamento di progresso civile. 

"Qualunque cosa accada" – ribadì Mussolini – "la socializzazione è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell’economia, attraverso il totalitarismo di Stato e supera l’individualismo dell’economia liberale che fu un efficace strumento di progresso agli esordi dell’economia capitalista, ma oggi è da considerarsi non più in fase con le nuove esigenze di carattere sociale delle comunità". 

Nel dopoguerra successivo all’aprile 1945, Giorgio Pini venne perseguitato dal C.N.L., ma ciò non valse a ridurre la capacità di convalidazione della propria opera politica, omologazione chiesta al M.S.I. affinché tale schieramento politico non degenerasse – come avvenne poi col suo scioglimento a Fiuggi nel 1994 – in quel camaleontismo d’opportunismi che oggidì è attivissimo nell’agglomerato di Alleanza Nazionale. 

Allorché tale degenerazione, anzi un’autentica defezione ideologica, s’accentuò nel M.S.I. con lo stravolgimento dei presupposti fondamentali della rivolta ideale intrapresa da Oriani e perfezionata da Mussolini, Giorgio Pini condannò inequivocabilmente quel tradimento; e negli anni successivi ai congressi di Milano (1956) e di Pescara, molto prima della sua morte avvenuta a Bologna il 30 marzo 1987, richiamò le nuove generazioni ai valori fondamentali della storia e della civiltà politica, quelli che non accettano i funambolismi dei doppiogiochisti e che proiettano la distinzione del lavoro per l’affermazione nel futuro dell’inno della giovinezza morale.


 “La ben nota, scarsa educazione politica degli italiani si ripercuote anche nelle assemblee fasciste (siamo tutti di uno stesso sangue), sicchè è ancora difficile ottenere che, mentre un camerata esprime un concetto, buono o men buono, gli altri ascoltino in tollerante silenzio, riservandosi di rispondere. No. Tutti balzano in piedi come morsi da tarantole, e reagiscono secondo i singoli impulsi alle parole appena pronunciate, interrompendo, rimbeccando o applaudendo. Insomma, il sangue è bollente, e i nervi sono ipersensibilizzati dalle troppo lunghe attese”
(Giorgio Pini, “Itinerario tragico”, Milano 1950)

Giorgio Pini, in un articolo sul Resto del Carlino, intitolato “Rapporto a Pavolini” riferisce così dell’andamento delle prime, liberissime, assemblee fasciste, agli inizi della RSI, dopo 20 anni di gerarchismo impennacchiato….non poteva immaginare quello che sarebbe successo “dopo”, col neofascismo

“CAMERATI CHE SBAGLIANO”
“Ma, a proposito di queste mie divergenze di vedute con certi esponenti centrali e locali del Partito (allude a polemiche giornalistiche con i fascisti più intransigenti ndr)….debbo tuttavia fare una premessa da valere una volta per tutte. La divergenza ci fu, ed io ho sempre agito allo scopo di tentare di aprire una nuova strada. Non per questo sono minimamente disposto oggi a giustificare la canea diffamatoria e l’ignobile persecuzione contro coloro che in buona fede ritennero necessario provvedere alla più energica resistenza ed al contrattacco che in tanti casi erano imposti dalla subdola e feroce tattica avversaria, sia dando ordini che eseguendoli. Se ogni eccesso è da deplorare, fra l’intransigenza dei difensori dell’onore nazionale e di un ideale supremo, e l’intransigenza dei complici del nemico straniero, non c’è possibilità alcuna di confronto”
(Giorgio Pini, “Itinerario tragico”, Milano 1950)